Mary è una donna reduce da una tragedia che ha l’ha profondamente segnata: la figlia adolescente, che da poco tempo si era ripresa da una grave patologia agli arti inferiori, è stata infatti brutalmente uccisa da un serial killer conosciuto come El Diablo. Questi non soltanto l’ha violentata ma l’ha anche torturata per lungo tempo prima di condurla alla morte, utilizzando il medesimo modus operandi che aveva già sperimentato con altre sue malcapitate vittime.
In Hard Home la protagonista è pronta a tutto pur di farla pagare all’aguzzino e per farlo ha organizzato un piano nei minimi dettagli. Dopo averlo rintracciato tramite una serie di indizi e alcune informazioni sensibili concessele da un’agente dell’FBI all’oscuro delle sue reali intenzioni, Mary riesce a sedarlo e lo rapisce, chiudendolo nel bagagliaio della sua auto per poi condurlo nella sua casa super-tecnologica. Lì inizia un sadico gioco del gatto col topo, per fargliela pagare nella stessa crudele maniera con cui El Diablo aveva tolto la vita a sua figlia.
Hard Home, la recensione: casa dolce casa
La violenza è nulla, senza controllo, potrebbe essere un motto adatto a questo b-movie che punta tutte le proprie carte sulla missione all’insegna della vendetta da parte di questa madre affranta che, senza mai aver assorbito il lutto, ha trasformato in una vera e propria ossessione la caccia all’assassino. Ma per dar vita ad un racconto con così pochi personaggi – il 90% del minutaggio vede esclusivamente i due antagonisti su schermo – serve una sceneggiatura di ferro, che invece manca ad Hard Home.
Disponibile nel catalogo di Paramount+, dove è balzato al primo posto dei titoli più visti scavalcando anche produzioni di ben altro livello arrivate recentemente sulla piattaforma come The Substance (2024), il film è una sorta di rape & revenge per interposta persona, dove appunto è la madre della compianta vittima a prendere in mano le redini della situazione.
Occhio per occhio
La sceneggiatura non è credibile, con alcune figure di contorno francamente inutili – la vicina impicciona in primis – e altre che fanno la loro comparsa proprio nel momento del bisogno, trainando la resa dei conti finale verso l’unico epilogo possibile data la staticità della premessa. Quando i ruoli si confondono e la crudeltà diventa un gioco delle parti, Hard Home perde totalmente la propria bussola narrativa e stilistica, privo di quell’equilibrio tale da rendere la figura di Mary quanto meno meritevole di immedesimazione.
Invece qui lo spirito reazionario è esasperato all’eccesso e i confini tra il bene e il male diventano sempre più labili, al punto che lo spettatore perde progressivamente interesse nei confronti di una vicenda svuotata di senso e di sentimento, sorretta unicamente da quella caccia senza esclusione di colpi – ma con un sacco di forzature – che si trascina ininterrottamente fino ai titoli di coda.
Conclusioni finali
Una madre distrutta dal dolore ha trasformato il lutto per la morte della figlia in un odio profondo e annichilente verso l’assassino, un sadico serial killer ancora a piede libero. Dopo averlo catturato in prima persona, ha trasformato la sua casa iper-tecnologica in una labirintica prigione di tortura, ma lo psicopatico non ha nessuna intenzione di stare al gioco e intender rendere quella vendetta più complicata del previsto.
Di complicato in realtà vi è molto poco in Hard Home, b-movie che per un’ora e mezza – scarsa – di visione segue le dinamiche di un rape&revenge di quart’ordine, in un divenire dozzinale e privo di sostanza. Violenze assortite e forzature in serie in un film che mostra limiti evidenti, concettuali e di relativa messa in scena.